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Archivi: Mostre

Capitano Pilota

19° RGT Cavalleggeri Guide

 

Indossa l’uniforme mod. 1909 per ufficiali in tessuto cordellino (chiamato anche diagonale), di colore più grigio rispetto al panno della truppa, con giubba monopetto e colletto in piedi, chiusa da una fila di sei bottoni d’osso con copribottoniera, controspalline mobili dello stesso tessuto e quattro tasche di cui due al petto con cannoli e alette e due ai fianchi oblique a taglio sempre con alette.

Sui paramani spiccano le stellette di grado (Capitano) applicate in quella posizione dall’estate del 1915.

Il glorioso reggimento “Cavalleggeri Guide 19” è identificato dalle tipiche fiamme a tre punte bianche su colletto azzurro e completate dalle stellette a cinque punte.

Come copricapo tradizionale di questo reggimento è il colbacco.

All’atto della mobilitazione del 1915, ai reparti di cavalleria venne permesso il mantenimento dei loro prestigiosi copricapo seppur con l’uso di coperture in tela grigia e riportanti i rispettivi fregi di appartenenza ricamati in filo nero o stampati.

I colbacchi vennero aboliti, come tutti i copricapo tradizionali, in zona d’operazioni nell’aprile del 1916, quando già le nappine di metallo per gli ufficiali, che ne identificavano anche il grado, erano state sostituite con quelle di lana da truppa.

Il cinturone con fibbia a placca mod. 1914 è portato da tutti gli ufficiali di cavalleria sempre senza spallacci e accompagnato dalla bandoliera mod. 1914 alla quale si poteva anche agganciare la fondina per la pistola e una giberna posteriore.

La fondina per la pistola semiautomatica Glisenti 1910 in cal. 9 è portata con un passante unita al cinturone e un correggiolo collegato alla pistola garantisce che questa non vada persa.

Usanza degli ufficiali e in particolare quelli di cavalleria era l’impiego dei gambali a stecca invece delle comuni fasce mollettiere.

L’appartenenza al Corpo Aeronautico Militare era identificata per gli ufficiali aviatori dall’uso di un distintivo consistente in una aquila in volo, ricamata in oro e portata su ambedue le maniche della giubba.

L’aquila era coronata per gli ufficiali che avevano conseguito il secondo brevetto di pilota militare, e non coronata per quelli che avevano conseguito il primo brevetto.

L’ufficiale in questione porta questo distintivo sul petto della giubba in maniera “fuori ordinanza”.

I nastrini sul petto della giubba testimoniano le due medaglie d’argento al Valore Militare conseguite da questo valoroso ufficiale in guerra.

Bersagliere

Primavera del 1915

 

Indossa l’uniforme mod. 1909 per truppe a piedi, di panno grigio-verde, completa delle fasce mollettiere adottate poco dopo l’inizio della guerra, e porta il cappello mod. 1871 di feltro nero e similpelle lucida, ricoperto da una foderina di tela grigia riportante sul davanti il numero del reggimento in nero secondo le disposizioni emanate già nel 1911 e ornato da un piumetto di penne di coda di gallo di colore nero con sfumature verdi cangianti, abolito nel settembre del 1915 per necessità di mimetismo. Nell’aprile del 1916 questo copricapo fu sostituito dall’elmetto d’acciaio, sul quale, dal finire del 1917, poté  essere applicato il tradizionale piumetto.

Cucite sul bavero dritto della giubba, sono le fiamme a due punte in panno cremisi che distinguono il Corpo dei bersaglieri e completate dalle stellette a cinque punte.

La mantellina, in dotazione alle truppe a piedi, nasconde l’equipaggiamento che consiste in buffetterie da truppa in cuoio grigio-verde, composte da due coppie di giberne mod. 1907, contenenti complessivamente 96 cartucce cal. 6,5 mm per fucile riunite in 16 caricatori, appese al cinturino mod. 1891 e sorrette da una bretella mediante due ganci.

Come da regolamento, la baionetta per fucile mod. 1891 TS è posizionata a sinistra, infilata nel fodero di cuoio nero con fornimenti d’ottone, usata per il combattimento “a corpo a corpo” all’interno delle trincee.

Porta a tracolla il tascapane mod. 1907 in tela impermeabile con finiture in cuoio grigio-verde, che contiene due razioni giornaliere d’emergenza e parte della razione ordinaria, e inoltre il gavettino e il cucchiaio, mentre la borraccia in legno mod. 1907 è appesa ai due passanti esterni.

Progetto Mostra La Campagna d’Italia

Progetto:

La mostra e’ sostanzialmente un percorso sinottico espositivo visuale e sensoriale che fa’ rivivere al visitatore 2 anni circa di storia militare italiana ed in particolare i combattimenti intorno alla capitale che hanno portato alla liberazione del nostro paese da parte degli alleati.

Premessa

Il percorso espositivo consta di 8 sezioni spazio temporali che vanno dall’inizio dell’operazione “Husky” cioè’ lo sbarco in Sicilia del 9 luglio 1943 fino alla linea gotica agosto 1944 aprile 1945

Descrizione Settori

Il visitatore attraverso un corridoio protetto inizia la visita dallo sbarco in Sicilia attraverso una “experience” didattico sensoriale rivive il momento dello sbarco sulle spiagge tra Licata e Augusta si passa poi consequenzialmente alla giornata dell’8 settembre nell’episodio di Porta San Paolo per rivivere quindi la primavera del ’44 con la battaglia di Montecassino ed i combattimenti a seguito dello sbarco di Anzio, ci immergiamo contemporaneamente nel clima dei 9 mesi di Roma occupata ed in particolare l’esperienza partigiana da alcuni soggetti per giungere poi alla liberazione passando pero’ attraverso un episodio poco conosciuto avvenuto il giorno 4 giugno 1944 alle porte di Roma tra la Laurentina e la via Ostiense ovvero la seconda “battaglia di Roma”tra le ore 06,00 alle ore 16,30 dello stesso giorno. Si arriva infine all’estate inoltrata del 44 con i combattimenti sulla linea Gotica.

Palinsesto

La ricostruzione degli eventi consiste in un percorso storico – militare e socio – culturale attraverso l’allestimento di pannelli fotografici ed esplicativi nonché’ esposizione didattica e uniformologica degli eserciti in campo con allestimenti scenografici, manichini in armi, bandiere, documenti originali , fotografia d’epoca ed oggetti appartenuti ad alcuni dei protagonisti delle vicende in oggetto.

Articoli del Generale Bonelli

STORIA DEL REGGIMENTO DI SARDEGNA

Don Bernardino il 10 Luglio del 1744 leva il Reggimento. La prima uniforme di un Soldato è data da una sottoveste ed i calzoni sono in panno bianco, il colletto e i paramani sono neri e le fintare sono gialle. Con queste uniformi il Reggi­mento di Sardegna partecipò alla guerra di Successione d’Austria impegnandosi contro i francesi e gli spagnoli ben si distinse nel 1745 nella campagna di Acqui e l’anno successivo in quella di Ventimiglia. Con la pace di Aquisgrana del 1748, che segnò la fine della guerra di Successione, il Reggi­mento fu ridotto a Battaglione.
Circa 40 anni dopo e precisamente nel 1793, una nuova uni­forme la sottoveste e i pantaloni sono bianchi. Il Reggimento cosi vestito combattè per la prima volta al fianco del Reggi­mento Guardie contro la Francia rivoluzionaria nella vitto­riosa battaglia dell’Anthìon, a tal proposito il Guerrini scrisse: “La comunanza della vigoria nel combattere e della gloria di vincere quella bella vit­toria, fu magnifico augurio alla sorte che doveva quei due corpi comporre, in una sola buona fa­miglia “.
Nel 1796 il Reggimento rientrò in Sardegna a presidio dell’isola, dove fu raggiunto nel 1798, dal re Carlo Emanuele IV esiliato a se­guito della disfatta Sabauda ope­rata dall’Armata napoleonica.
Al Reggimento furono assegnati gli stessi uffici che erano stati in Piemonte del Reggimento Guar­die ed i soldati furono scelti di alta statura come si conviene ad una “Guardia Reale”.
Vittorio Emanuele I succeduto a Carlo Emanuele IV, viene restaurato nel suo regno a seguito del Congresso di Vienna del 1814 che segna la fine dell’impero napoleo­nico.
Rientrato a Torino porta con se il Reggimento di Sardegna che per “i fedeli servigi ognora prestati”, come riportato nel Regio Viglietto dell’11 Aprile 1816, viene denominato “Reggimento di Cacciatori – Guardie”.
Nel successivo riordinamento, avvenuto ad opera di Carlo Alberto, il 28 Ot­tobre 1831 le Brigate furono organicamente costituite su 1 ° e 2° Reggimento. La sola Brigata Guardie fece eccezione in quanto fu costituita con il Reggimento Granatieri – Guardie e il Reggimento “Cacciatori Guardie” che per l’occasione fu rinominato solamente Cacciatori e riordinato su due Bat­taglioni ognuno su 6 Compagnie Cacciatori ed una Compa­gnia Carabinieri.
Il 20 aprile 1850, regnante Vittorio Emanuele II, il Reggi­mento Cacciatori cambia la denominazione in Cacciatori di Sardegna ed esce dalla Brigata Guardie ricostituita come Brigata Granatieri su due Reggimenti, l° e 2°. Infine, due anni dopo, e precisamente il 19 Marzo del 1852 le 10 compagnie del Reggimento Cacciatori di Sardegna vengono fuse con il 1° e il 2° Reggimento e la Brigata prende il nome di Brigata “Granatieri di Sardegna” a perenne ricordo di tale Reggimento.

LA BATTAGLIA DELL’ASSIETTA E Paolo Navarina di San Sebastiano

Paolo Navarina di San Sebastiano. era figlio del Conte Navarina di San Sebastiano e di Anna Teresa Canalis di Cumiano la quale, nata nel 1685 e rimasta vedova nel 1730 era stata nominata marchesa di Spigno e sposata morganaticamente da Vittorio Amedeo II, il duca di Savoia che dal 1718 era divenuto il primo re di Sardegna, sessantaquattrenne e da due anni vedovo di Anna Maria Orleans nipote di Luigi XIV, il Re Sole, dalla quale aveva avuto sei figli, cui si erano aggiunti i due figli naturali che aveva avuto da Giovanna d’Albret contessa di Caglia di Verruà.
Potrebbe essere stato già Vittorio Amedeo ad avviare il giovane Paolo nella carriera di Ufficiale dei Granatieri; certo è però che Paolo Navarina di San Sebastiano fin da principio s’era dimostrato un soldato di partico­lari meriti e grande valore (il 2 maggio 1746 aveva partecipato con estremo coraggio all’assalto notturno delle ridotte di Valenza, riportando un encomio), ed aveva svolto, fino ai fatti dell’Assietta, una brillante carriera.
In tale battaglia, comunque, se pur già tenente colonnello, il Navarina ebbe “impiego” di maggiore, come lo stesso Guerrini attesta, e così infatti sarebbe stato qualificato nel Regio Biglietto, che con altri quattro ufficiali di minor grado (Caldera, Passati, Balbis e Gattinara), l’avrebbe segnalato per essersi particolarmente distinto.
Nella famosa battaglia il batta­glione comandato dal Navarina di San Sebastiano era assestato sulla Testa dell’Assietta e contro questa mossero le due colonne comanda­te rispettivamente dai generali D’Arnault e D’Andelot. Il combat­timento si svolse subito con tanto impeto e valore da ambedue le parti, che “rien de plus brillaiit que la valeur des ennemis a cette attaque” e «les compagnies des granadiers de Gardes et de Gasai… faisaient des merveilles”, riferisce il Munitoli. Senonché una terza colonna francese condotta dal Villemur, arrivata a poca distanza dal Gran Sérin, minac­ciava di aprirsi da questa parte la strada, ed allora il generale Alciati disse al di San Sebastiano di accorrervi non appena fosse riu­scito a sganciarsi dal nemico; ma poiché questo non rallentò la furia degli assalti, il San Sebastiano non potette muoversi.
Intanto il Villemur, respinto due volte faticosamente dai difen­sori del Gran Sérin, si preparava a un terzo e più vigoroso assalto, ed allora il comandante in capo conte Cascherano di Bricherasio inviò al conte di San Sebastiano espresso ordine di sgomberare la Testa dell’Assietta e correre di rincalzo dei difensori del Gran Sérin.
Hanno rilevato gli storici che se pure l’obbedire a tale ordine avrebbe sollevato il di San Sebastiano da ogni responsabilità personale, egli preferì assumersi di propria iniziativa una responsa­bilità grandissima a non eseguirlo, persuaso com’era che sarebbe stato inutile chiudere al nemico la porta del Gran Sérin se gli si fosse lasciata aperta quella della Testa dell’Assietta. E’ però anche vero che a giustificare la sua disobbedienza all’ordine superiore abilmente mandò a dire al supre­mo comandante che egli stesso quell’ordine non l’avrebbe impar­tito se avesse potuto sapere e valutare le condizioni in cui in quel momento lì sulla Testa dell’Assietta ci si trovava. Va tut­tavia altresì notato che la sua disobbedienza all’ordine e la responsabilità conseguentemente assunta egli non tenne per sé, che anzi proclamò a gran voce, avanti ai suoi Granatieri, che “in faccia al nemico non possiamo volgere le spalle”, e i suoi Granatieri, racconta il Dabormida. risposero con grida di gioia.
Quattro ore dopo la Testa dell’Assieta fu assalita dai francesi con disperato impeto, e fu l’ora della vittoria di Paolo Navarina di San Sebastiano e dei Granatieri che egli comandava. Anche Bricherasio riuscì da parte sua a fermare per la terza volta l’assalto del Villemur e fu così completa e definitiva quella che gli storici avrebbero poi definita la “memo­randa vittoria delle anni piemon­tesi”.
Benché “il merito della vittoria venisse attribuito per intero dalla pubblica voce in Francia come in Piemonte” per il Navarina (così il Dabormida), l’eroico difensore della Testa dell’Assietta, oltre alla detta segnalazione sul Regio Viglietto, fu concessa, a ricompensa, solo una croce dell’ordine di San Maurizio e una pensione.

L’AVVENTO DI NAPOLEONE

“Annibale ha passato le Alpi, noi le abbiamo girate”

La campagna del 1794 si chiuse con la battaglia di Dego, quella del 1795 con la battaglia di Loano, quella del 1796 si aprì col passaggio del Colle di Cadibona.
Difatti, nella primavera del 1796 Napoleone venne nominato Comandante dell’Armata d’Italia e diede inizio alla sua prima campagna. Il Generale trovò ”la strada spianata” in quanto i francesi presidiavano tutta la Riviera Ligure di Ponente, con comando in capo in Savona, mentre sulle Alpi Marittime presidiavano Tenda, Ormea, Bardineto, il Melogno ed i relativi passi.
Fu quindi da Savona che Napoleone iniziò la sua campagna, usufruendo per il passaggio in Val Bormida del Passo di Cadibona, che, oltre ad essere il più basso fra la Val Padana ed il mare, segna il termine delle Alpi Marittime e l’inizio degli Appenini. Suo primo obiettivo fu il Massiccio del Montenotte, la prima massa montuosa Appenninica, il secondo fu Cosseria, il colle che domina il Passo di Mantecala fra la Bormida di Levante (Cairo) e di Ponente (Millesimo).
Nel periodo dell’offensiva Napoleonica, le truppe Piemontesi erano schierate sul crinale che separa la Valle del Tanaro dalle Vallate delle Bormide, dal passo dei Giovetti a Montezemolo,con l’Unità più importanti dislocate nel caposaldo di Ceva. Gli austriaci si trovavano invece dislocati da Montenotte a Dego, fino ad Acqui. Cosseria, quindi, si trovava a far da cerniera fra le truppe Piemontesi e quelle Austriache. Difatti al momento dell’attacco, il presidio del Castello era composto di forze Austriache e forze Piemontesi, che combatterono eroicamente senza ricevere rinforzi, né dagli uni né dagli altri.
La disfatta delle forze austriache che seguì a Dego non fu che il corollario della caduta di Cosseria e Montenotte.

LASCITO DI DON ALBERTO GENOVESE DUCA DI SAN PIETRO E CARLOFORTE

L’anno del Signore 1776 al primo del mese di Agosto, circa alle ore 6 di Francia, alla sera in Torino …” , così inizia il documento stipulato tra Don Alberto Genovese Deroma Duca di San Pietro e Carloforte, e Don Gavino Paliaccio Mar­chese della Planargia allora comandante del Reggimento di Sardegna.
Il documento è costituito da 9 articoli. Nel primo viene san­cita la creazione della Banda di Musica e della Massa di Pietà ed istituito un fondo di 100.000 lire vecchie di Pie­monte la cui rendita annuale fissata a 4.000 lire dovrà servire lire 3200 alla manutenzione della Banda e per lire 800 alla Massa di Pietà, Nel secondo articolo il Duca sì impegna a pagare entro un mese la somma di lire 8.000, 4,000 lire per le prime spese del vestiario, in­strumenti ed altro. 4.000 lire per la Massa di Pietà e per il mantenimento della Banda nel primo anno. Il fondo di 100. 000 lire verrà invece versato in tre rate an­nuali di 33. 333 lire 6 soldi e 8 denari. Complessivamente il Duca in tre anni sì impegnò a versare 120.000 lire vecchie di Piemonte. Il terzo e quarto articolo contengono dettagli amministrativi atti ad onorare gli impegni assunti dal Duca negli articoli precedenti. Con il quinto articolo Don Alberto dispone che annualmente sia celebrata dal cappellano del Reggimento una messa “in suffragio dell’anima del Signor Duca padre nel giorno dell’anniversario della morte, che avvenne il 15 Febbraio 1764, con intervento del Signor Co­lonnello, e cogli Ufficiali del Corpo, e col suono, e musica di detta Banda e con quelle pompe funebri Ecclesiastiche che stimerà il Signor Colonnello. Inoltre Don Alberto dispose che dopo la sua morte, – che sarebbe avvenuta il 18 febbraio 1812 ( di fatto sembrerebbe avvenuta il 12 gennaio 1812 a Cagliari come risulta dai “Quinque Librorum”) – tale cerimonia sarà effettuata in suo onore e non più per il padre. Nel sesto articolo Don Alberto si ri­serva “la ragione e la facoltà, non trasmissibile ai suoi suc­cessori, di potersi valere della Banda e di nominare in caso di vacanza di qualche posto in detta Banda un soggetto abile“. A mente del settimo articolo: “Tutti gli istrumenti per uso di detta Banda debbono esser marcati colle armi genti­lizie di famiglia di Signor Duca”. Con il successivo articolo il Comandante di Reggimento viene delegato alla costitu­zione, entro tre mesi, della Banda “in quella miglior forma che stimerà esso“. Inoltre viene stabilito che la Banda “debba durare sempre finche durerà detto Reggimento” e qualora il Reggimento fosse sciolto sua Maestà definirà
Nell’ultimo capitolo, il 9° i due contraenti si impegnano a rispettare “i sovraesposti capitoli“. Un anno dopo alla stipula di tale atto, e precisamente il 15 Ottobre del 1777, il Duca di San Pietro si obbliga a vestire a sue spese il Tamburino Maggiore del Reggimento Sarde­gna e di provvedere ogni 6 anni a simile carico di vestiario da parata. A tal fine, stimata una spesa annua di 800 lire si impegna a versare una volta estinto il debito contratto con l’atto precedente, un fondo di 20.000 lire vecchie di Pie­monte così che lo stesso possa fruttare, con un interesse annuo del 4%, la somma necessaria al mantenimento del Tamburino Maggiore, ovvero 800 lire annue.
Successivamente, con lo scioglimento del Reggimento Cac­ciatori di Sardegna e la successiva fusione dello stesso con il 1° e 2° Reggimento Granatieri, il fondo fu ceduto alla Bri­gata Granatieri di Sardegna.
Un documento dimostra lo stato patrimoniale del fondo, così come avvallato il 6 Giugno 1852 dall’ultimo comandante del Reggimento Cacciatori di Sardegna Tenente Colonnello Enrico Cereale.

DICIASSETTESIMO SECOLO

Alla metà del sec. XVII la Dinastia dei Savoia “aveva signoria” nel Paese da circa sette secoli e Carlo Emanuele II,  era il quattordicesimo nella serie dei duchi che si erano susseguiti dopo che nel 1416 l’antica Contea era stata innalzata a Ducato.
Secondogenito di Vittorio Amedeo I e di Cristina di Borbone, era nato a Torino il 20 giugno 1634 ed era succeduto al fratello Francesco Giacinto il 14 ottobre 1638. Venuto a trovarsi in un’epoca nella quale nell’intero contesto internazionale si andavano già avvertendo movimenti e manovre determinati proprio dalla politica dinastica di ampliamento che tutti i principali Stati europei andavano impostando, si imponeva ai re, ai principi, ai sovrani, specialmente ai più piccoli, se non volevano rassegnarsi al destino del vaso di coccio tra i vasi di ferro, quantomeno di costituire forti ed organizzate milizie.
La riforma organica dell’esercito si presentò quindi a Carlo Emanuele II come primo compito da assolvere. A quell’epoca vigeva il sistema dei reggimenti di proprietà dei comandanti, reggimenti che venivano assoldati al momento della loro decorrenza per la guerra.
Fu così che, a partire dal 1659, iniziò la riforma provvedendo a formare con i migliori capi e gregari, Reggimenti a carattere permanente di cui il primo fu il Reggimento delle Guardie (Régiment des Gardes), il 18 aprile 1659.

“II Duca di Sauoia Re di Cipro.

Vogliamo che sia datta la leuata alii Capitani nel nostro regimento di Guardia per li soldati che deuono fare, e ciò a proportione della paga, stabilitali. Onde ui diciamo di spedirli le nostre liuranze per detta leuata a ragione di liure trenta tre per cadun soldato et per fanti mille uenti noue solamente, li quali con li fanti cento settanta uno che trouano in essere nelle cinque Compagnie di Marolles e Blanc Rocher ch’entrano nel suddetto regimento di Guardia, fanno li mille ducento da noi stabiliti in dodeci Compagnie. Tanto essequite e Dio Nostro Signore ui conservi. Torino, dieciotto Aprile 1659. C. Emanuel“.

LA PARTECIPAZIONE DEI GRANATIERI ALLA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA

“II 1° di novembre, l’anno del 1700, si spegneva in Carlo II di Spagna il ramo primogenito degli Asburgo…… ebbe origine la guerra che fu detta della successione di Spagna, e che, nel teatro d’operazioni d’Italia, doveva essere combattuta da Francesi e Spagnoli da una parte, contro gl’Imperiali dall’altra.
In mezzo sta Vittorio Amedeo II: però non bene libero di porsi coll’uno o coll’altro, giacché gli alleati gallo-ispani lo serrano come in una morsa tra il Delfinato e la Lombardia.
Il Duca si accorda perciò con Luigi XIV, obbligandosi a dare 8000 fanti e 2500 cavalli all’esercito alleato d’Italia, ed ottenendo in com­penso il comando supremo su di questo, la mano del novo re di Spagna per una figliola, e abbondante aiuto di moneta, finché la guerra duri, per sostenere le spese.” (Guerrini op. cit. cap. X).
In questa guerra il Reggimento delle Guardie e la compagnia di Granatieri che vi era incorporata dal 1696, facendo parte dell’Armata piemontese, combatte­rono a Chiari, a Castrezzato, a Luzzara, subirono la “cattura di San Benedetto”, resistettero negli assedi di Vercelli, della Verrua, di Chivasso, di Torino, e quivi concorsero a scrivere quella che è stata considerata “una delle più belle pagine della storia militare del Piemonte”, trovandosi tuttavia dapprima con l’una e di poi con l’altra delle parti contendenti.
Di queste truppe faceva parte anzitutto, nella brigata al comando del generale Della Rocca, il Reggimento delle Guardie, al quale il duca aveva comandato di aggiungere un terzo battaglione, formato, ogni battaglione, di sei compagnie fucilieri di novanta uomini ciascuna e di una compagnia di granatieri di cinquan­tatre uomini.

IN SICILIA 1713- 1719

Vittorio Amedeo II, a seguito dei trattati di Utrecht (1713) e di Radstadt (1714), ebbe la Sicilia col titolo di Re.
Nell’ottobre del 1713, egli andò ad occupare il nuovo reame con 6000 uomini e le Guardie parteciparono alla spedizione con il 1° battaglione che prese stanza in Palermo.
Nel 1718 gli Spagnoli assalirono l’isola e le truppe piemontesi, inferiori di numero si concentrarono in Siracusa. A Caltanisetta avvenne un combattimento, vittorioso per i Sabaudi, in cui le Guardie patirono perdite sensibili. Il 23 agosto 1719 le truppe piemontesi sgombrarono la Sicilia e Vittorio Amedeo ebbe in cambio la Sardegna. Le due più belle imprese di resistenza agli Spagnoli sono legate alla storia del reggimento Guardie. Il castello di Termini, sotto il comando del capitano Biscaretto delle Guardie, resistette fino all’estremo sostenendo combattimenti e fame. La cittadella di Messina, comandata dal Marchese di Andorno Colonnello delle Guardie, sostenne con vigore stupendo gli assalti degli Spagnoli. La difesa di Messina fu così splendida e pertinace che quando la guarnigione ridotta allo stremo dovette capitolare, gli Spagnoli le concessero tutti gli onori di guerra e la facoltà di ritirarsi colle armi a Reggio Calabria.
A ricordo di quel periodo resta oggi un segno: l’aquila che è impressa sulle placche d’ottone che i Granatieri italiani tuttora portano sugli spallacci delle loro giberne nei servizi di onore. Essa non è che l’aquila dello stemma di Palermo, che fu messa al centro dello stemma dello Stato.
Accordatisi in Londra: Impero, Inghilterra, Francia e Olanda intimarono alla Spagna di cedere i possessi italiani riconquistati. La Sicilia fu data all’Austria, la Sardegna a Vittorio Amedeo II.
Nacque così da quegli eventi il Regno di Sardegna.

I PRIMI COMBATTIMENTI DEI GRANATIERI

I primi impegni del Reggimento delle Guardie avvennero il 6 luglio 1663 contro i Valdesi ad Angrogna, quando questi ancora una volta, dopo le “Pasque Piemontesi” del 1655, furono costretti a scontrarsi con le truppe del Ducato di Savoia.
Successivamente, nel 1672, vi fu la inutile e sanguinosa guerra contro la Repubblica di Genova con numerosi scontri  tra cui meritano menzione: il primo combattimento delle Guardie, avvenuto il 18 luglio 1672 al Ponte di La Paperera, dove il reggimento perse ben 4 suoi Ufficiali, e la presa di Ovada il 17 ottobre dello stesso anno.
Fu comunque nell’ultima decade del 17° secolo che le Guardie parteciparono a grandi battaglie dando prova del valore acquisito e dell’alto senso dell’onore e di disciplina come espressioni del loro essere.
Infatti, allo scoppiare della guerra contro la Francia, della Lega di Augusta, di cui era anima Guglielmo II d’Orange contro  Luigi XIV, il Reggimento Guardie ed i Granatieri ebbero il battesimo del fuoco nella battaglia di Staffarda il 18 agosto 1690 ed in quella della Piana della Marsaglia o di Orbassano il 4 ottobre 1963 ove si udì per la prima volta il grido “ A me le Guardie” che diverrà il motto del Reggimento.

I GRANATIERI NEL XIX° SECOLO 

Nel 1816 il Reggimento Guardie prese il nome di “Brigata Guardie”. Nello stesso anno entrarono nelle file della Brigata le compagnie Granatieri dei reggimenti provinciali che erano stati disciolti. Il provvedimento di incorporazione non riuscì molto gradito ai Granatieri che venivano in tal modo a perdere le loro specifiche qualità. La controversia fu risolta dal sovrano che estese la prerogativa dei Granatieri anche ai Fucilieri delle Guardie: da allora le Guardie assunsero il nome di “Granatieri Guardie” che non abbandoneranno più. Sempre nel 1816 il Reggimento Sardegna Fanteria venne ribattezzato “Reggimento Cacciatori Guardie”.
Il Reggimento dei Granatieri, insieme con i cacciatori, affrontò, nel 1848, la prima campagna di guerra del Risorgimento, quando il 23 marzo il Piemonte dichiarò guerra all’Austria. Pastrengo, S. Lucia, Goito, furono le prime vittoriose tappe di questa campagna. I Reggi­menti dei Granatieri si batterono fieramente nelle tre giornate della battaglia di Custoza, dal 23 al 25 luglio, sulle alture di Sommacampagna, e più tardi a Milano. Nel 1849 i reggimenti Granatieri Guardie, che nel frattempo erano diventati tre per affrontare la nuova campagna, non presero parte essendo di riserva, alla battaglia di Novara, dove però si distinse il Reggimento Cacciatori.
Nel 1850, obbedendo alla necessità di abolire ogni prerogativa e privilegio, scompare dall’esercito piemontese il nome di “Guardie”; la Brigata Guardie venne trasformata in Brigata Granatieri, con il reggimento dei Cacciatori di Sardegna che tornò ad essere autonomo. Due anni dopo il vecchio Reggimento sardo venne soppresso e fuso con i Reggimenti della Brigata Granatieri che prese da allora il nome di “Brigata dei Granatieri di Sardegna”. Essa rimase depositaria, in questo modo, delle tradizioni delle Guardie, dei Granatieri Piemon­tesi e dell’antico Reggimento Sardo.
Un Battaglione di Granatieri prese parte nel 1855 alla campagna di Crimea. Nel 1859, secondo centenario della fondazione del corpo, la Brigata dei Granatieri di Sardegna si trovò sul piede di guerra, alla vigilia della seconda campagna del Risorgimento. Il 24 giugno, giornata di S. Martino e Solferino i Reggimenti dei Granatieri, uniti al III Battaglione Bersaglieri e alla Brigata Savoia, affrontarono una nota e gloriosa battaglia decisiva per le sorti di tutto il conflitto.
L’anno seguente, il 1860, l’esercito piemontese, ormai di fatto Esercito Italiano, intervenne nelle Marche, in Umbria e nel Napoletano. La Brigata Granatieri di Sardegna fu inquadrata nella I Divisione De Sonnaz, con un’altra Brigata di Granatieri nata allora: i “Granatieri di Lombar­dia”: 3° e 4° Reggimento. La Divisione De Sonnaz fu ben a ragione chiamata la “Divisione Granatieri”. Essa si distinse a Perugia, ad Ancona, al Garigliano ed a Mola di Gaeta.
Nel corso della terza guerra d’indipendenza (1866) alla battaglia di Custoza nel marasma generale rifulse l’eroico coraggio della Brigata Granatieri. Furono concesse ben tre medaglie d’oro individuali ed una infinità di medaglie d’argento.
Dopo aver partecipato con ufficiali al comando di truppe coloniali, tra cui il Capitano Antonio Rossini del 1° Granatieri che ad Adua meritò la medaglia d’oro al valor militare, alle prime guerre coloniali, i Granatieri dal 1902 furono di stanza a Roma. 

DUCA DI SAN PIETRO

Don Bernardino Antonio Geno­vese e Cervellon Duca di San Pietro e Carloforte il 10 Lu­glio del 1744 fu autorizzato da Carlo Emanuele III con regio viglietto a levare il reggimento di Sardegna Fanteria su 10 compagnie di cui 3 di SM ed una di Granatieri per un totale di 700 uomini. Ricevuta la colonnella e la bandiera del Bat­taglione, Bernardino ne divenne primo Comandante.
Il 10 aprile 1759 essendo ancora Comandante del Reggimento di Sardegna fu nominato Comandante Generale d’artiglieria nel Regno di Sardegna ed ammesso ad una paga annua di £. 3.000 di Piemonte. Cinque anni dopo, il 15 Febbraio 1764 morì all’età di 71 anni lasciando quale unico erede il figlio Alberto avuto da Donna Maria Agostino Deroma Torellas.

COSSERIA – Aprile 1796

La sera del 12 aprile, dopo la rotta di Montenotte, il Generale Colli ordinò al terzo battaglione di Granatieri Piemontesi di occupare l’altura di Cossèria. Comandava il battaglione il Colonnello di Stato Maggiore Marchese Filippo Del Carretto di Camerana, discendente dalla illustre famiglia che aveva ottenuto in feudo quelle valli, ufficiale di molto valore e talmente stimato ed amato dai suoi soldati che poteva disporre di essi come di cosa sua propria. Il battaglione era composto di sei piccole compagnie che davano complessivamente 548 uomini di truppa.
Il Marchese non indugiò a mettersi in marcia ed all’alba del 13 aprile si trovò sbarrata la strada dall’avanguardia della divisione Augerau; nello stesso tempo si accorse che i francesi avevano respinto in disordine verso la cima di Cossèria due fitte compagnie di Croati, 500 uomini, ed il Generale Provera con due suoi ufficiali.
Vedere e risolversi fu un attimo per l’animoso Del Carretto, si aprì la strada colle baionette e con ordine e calma raccolse i suoi uomini sull’altura, perdendo però l’aiutante maggiore Rubin e parecchi Granatieri,
In breve Croati e Granatieri si trovarono in un cerchio di ferro e di fuoco, stretti in una bicocca cadente, colla vecchia cisterna sfondata e vuota d’acqua, con poco pane, poche cartucce, niente cannoni e nemmeno un uffi ciale di sanità: 1048 uomini in tutto e 31 ufficiali contro 12 mila.
Mentre il Generale Provera, per nulla perdutosi d’animo, cercava raccapezzarsi nella nuova posizione, fu annunciato un parlamentare di Augerau: era il Generale Cervoni, un piemontese passato ai rivoluzionari, che ve niva ad intimare la resa.
Spettava al Generale Provera di rispondere come maggiore in grado, ed egli era perplesso sapendo gli alleati in ritirata, ma udito il forte proposito del Colon nello Del Carretto che si dichiarava risoluto a difendersi, gli cedette volentieri il comando.
Chiara e decisa fu la risposta del Colonnello a Cervoni: “Sappiate, signor Generale, che voi avete a che fare con dei Granatieri, e che il Granatiere piemontese non si arrende mai!“ Fece dare nel tamburo ed attese l’assalto.
Un primo assalto, che ebbe l’audacia di guidare lo stesso Cervoni, venne respinto col fuoco a venti passi: un secondo, diretto da Napoleone in persona, non riuscì più fortunato.
Arrivata ai francesi una batteria da campagna, un secondo parlamentare dichiarò ai difensori che se non si fossero arresi il Generale in capo non avrebbe fatto grazia ad alcuno: eguale risposta da parte del nostro Colonnello.
Allora tutta la divisione di Augerau monta all’assalto in colonne serrate. Nel castello già sono numerosi i caduti e scarseggiano le munizioni: “Rispondete coi sassi! E giù, alla baionetta ! “ grida il Colonnello Del Carretto. Egli stesso si drizza sopra un masso elevato, scaraventa pietre sugli assalitori, ne uccide due di sua mano: ma un colpo di moschetto lo passa da parte a parte, e cade.

Su le rovine del Castello avito,

giovine, bello, pallido, senz’ira,

ei maneggiava sopra i salienti

la baionetta”.

“Non è che ferito !” gridano gli ufficiali, “ alla baionetta, Savoia!” E tutti si scagliano con impeto irresistibile sui nemici già penetrati nel ridotto, e per una terza volta li ricacciano.
I francesi in quella giornata perdettero 2700 uomini: i Generali Bonel e Tuentin morti, ferito il Generale Joubert da un colpo di pietra.
Un sergente stava inginocchiato accanto al prode Del Carretto morente; “Sono stati respinti?” gli chiese il Colonnello. “ Sì Colonnello – rispose il sergente – anche questa volta abbiamo vinto.“ Sorrise l’eroe ed esalò l’anima invitta.

“Scesero al morto cavaliere intorno

da l’erme torri nel cerulo vespro

l’ombre degli avi”.

 

Articolo In Principio era il Reggimento di Guardia

360 anni e non sentirli: l’anniversario della fondazione del Corpo dei Granatieri ricorre nel 2019 e per l’occasione, l’Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna, in collaborazione con la Direzione del Museo Storico dei “Granatieri di Sardegna” e con il contributo di collezionisti privati, ha allestito una mostra, curata dal Gra. Generale Ernesto Bonelli, dal titolo “In principio era il Reggimento di Guardia”.

Documenti, cimeli, medaglieri, uniformi, armi e copricapi illustrano il percorso storico del Reggimento dalla fondazione al compimento dei 250 anni (1909) per illustrare la sua “primogenitura” rispetto alle Unità permanenti più antiche e durature dell’Esercito e delle Istituzioni Militari Italiane.
La Mostra è stata inaugurata dal Presidente nazionale ANGS, Gen. D. Giovanni Garassino, il 10 aprile scorso e resterà aperta sino al 30 giugno 2019, negli orari di apertura del Museo Storico dei Granatieri di Sardegna, in Piazza Santa Croce in Gerusalemme, 7 Roma (dal lunedì al venerdi : ore 09.00 -12.00).

Tra tutti i simboli dei Granatieri, spiccano gli alamari: era il 1747 quando 7.000 uomini del reggimento si batterono sui colli dell’Assietta contro i 31 battaglioni franco-spagnoli durante la Guerra di successione d’Austria. Oltre a resistere alle preponderanti forze nemiche, i Granatieri ignorarono l’ordine di ripiegamento del comando piemontese e addirittura riuscirono a conquistare il comando francese. Questo consentì ai piemontesi di contrattaccare e vincere i franco-spagnoli. Da allora, il re, ordinò che sulle giubbe dei Granatieri fossero applicati gli alamari bianchi delle truppe spagnole, come trofeo di quella vittoria. Ancor oggi, i Granatieri, unici nell’Esercito, portano al posto delle mostrine, gli alamari bianchi iberici.

 “C’è un bellissimo articolo del 1938 – spiega il Gen. Ernesto Bonelli – della MOVM Giani Stuparich, Ufficiale dei Granatieri irredentista, che parla degli alamari: «Essi rappresentano una continuità di disciplina, d’ordine, di chiarezza, che tutti coloro che li portano, solo per il fatto di portarli, si trovano im­pegnati a mantenerla e a traman­darla». Chiunque li indossa, infatti, acquisisce le caratteristiche dei granatieri: la ferrea disciplina e l’onore militare, i nostri due comandamenti”.

Era il 18 aprile 1659 quando il Duca di Savoia Carlo Emanuele II, nel quadro della riforma degli apparati dello Stato, “levò” il primo Reggimento d’ordinanza della sua Armata Sabauda: chiamandolo “nostro”, ponendolo primo nell’ordine di precedenza tra i suoi Reggimenti ed assicurando al personale, in esso inquadrato, vari privilegi; rafforzò così il concetto di aver voluto creare una “istituzione” permanente al suo diretto servizio e del suo Ducato.

Nel corso dei 360 anni sono mutate le forme istituzionali dello Stato: Ducato di Savoia, Regno di Sardegna, Regno d’Italia, Repubblica Italiana e le strutture ordinative dell’Unità: Reggimento Guardie, Brigata Guardie, Brigata Granatieri Guardie, Brigata Granatieri di Sardegna, ma nulla è cambiato nello spirito degli uomini che nel corso dei secoli hanno militato tra le fila dei Reparti Granatieri, i quali all’ombra della Bandiera simbolo dello Stato, sono sempre rimasti fedeli alle parole del Duca fondatore: “Tanto eseguite e che Dio nostro vi conservi”.

La sede della mostra è un monumento fisico a questo motto: il Museo dei Granatieri, infatti, venne costruito nei primi anni ’20, a tempo di record, esclusivamente da personale dei Granatieri: dall’architetto fino all’ultimo operaio. Il progetto del Museo era stato realizzato da un tenente granatiere, l’architetto Francesco Leoni, e alla sua costruzione parteciparono esclusivamente membri della specialità. Fra questi soldati, tradizionalmente alti e robusti, vi erano infatti uomini che nella vita civile erano scalpellini, carpentieri, muratori, ebanisti, vetrai, perfino mosaicisti. Dopo appena due anni di lavori, il Museo veniva inaugurato dai regnanti di Casa Savoia, il 3 giugno del 1924. Lo stile è elegante, eclettico, con spunti liberty.

L’interno conta quindici sale che contengono armi di varia provenienza, sia italiana che straniera, telefoni da campo,  elmetti e copricapi, decorazioni, quadri, busti, fotografie, trofei, planimetrie, bandiere, oggetti personali donati dai Granatieri stessi o dalle loro famiglie. Sulle pareti del Sacrario, sono incisi a lettere d’oro i nomi di 8.500 Granatieri caduti in tutte le guerre.

Nel museo sono conservate le prime bombe a mano, che furono dette “granate” perché all’interno erano piene di “grani” di polvere da sparo. Si trattava di sfere cave di ghisa, il cui guscio era spesso fatto a tasselli per agevolare la frammentazione delle schegge durante l’esplosione.  Nel 1685 il re Vittorio Amedeo II di Savoia volle potenziare la capacità di fuoco del suo reggimento delle Guardie scegliendo per ogni compagnia sei soldati, scelti fra i più alti e coraggiosi, che potessero precedere le truppe lanciando a mano piccoli ordigni. Visto il successo dell’innovazione, i Granatieri aumentarono sempre di più fino a costituire intere compagnie.

Andrea Cionci

Contentuto Vetrine Granatieri

1 – Portaordini

Nel corso della Prima Guerra Mondiale, nelle fasi concitate del combattimento, venivano impiegati militari, all’uopo addestrati, per il trasporto di ordini. Detti soldati per lo svolgimento del delicato incarico erano spesso costretti a percorrere itinerari esposti al fuoco nemico. In molti casi restavano vittime del dovere.

La Brigata Granatieri di Sardegna può vantare tra le sue fila due di questi eroi, entrambi decorati di medaglia d’oro al Valor Militare. Essi sono:

  • Granatiere Alfonso Samoggia, il cui momento eroico fu definito dai compagni “La Divina “Bugia”;
  • Granatiere Agostino Setti, il cui atto eroico fu chiamato “Il Sublime Sacrificio”.

Nella vetrina, oltre le foto dei due eroi, sono esposte:

  • il distintivo originale portaordini del Gra. Setti;
  • esempi di comunicazione che i due Granatieri trasportavano.

2 – Cappellani Militari

Altra peculiarità della Brigata sono il numero dei Cappellani Militari decorati al valore . Essi sono:

  • Don Eugenio Fusconi, decorato di due medaglie di bronzo al Valor Militare, ferito ad Oslavia nel marzo del 1916;
  • Don Luigi Quadri, decorato di medaglia d’argento e medaglia di bronzo al Valor Militare;
  • Don Giovanni Rossi di Asiago, decorato di medaglia d’argento al Valor Militare.

I predetti sacerdoti sono rimasti legati alla famiglia dei Granatieri. Specie Don Luigi Quadri, presente anche a Fiume, divenne il cappellano dell’Associazione Nazionale.

Nella vetrina sono esposti, oltre le fotografie dei Sacerdoti, documenti personali degli stessi, e quelli relativi a specifiche attività quali i rapporti con i familiari dei Granatieri, la ricognizione sulle salme dei caduti e la relativa annotazione degli oggetti che il defunto portava in dosso al momento della morte.

Ai lati vi è un altare da campo, esemplare rarissimo. Ed in alto l’uniforme di Don Luigi Quadri.

3 – Onorificenze e Citazioni sul Bollettino del Comando Supremo.

La Brigata Granatieri può vantare il più alto numero di medaglie al Valor Militare concesse alle Unità durante la Prima Guerra Mondiale.

Nel prospetto all’interno della vetrina sono elencati i dati numerici.

Inoltre la Brigata fu citata ben 7 volte sul Bollettino del Comando Supremo, a riprova del valore non solo individuale, ma collettivo.

Nella vetrina oltre il citato prospetto, sono esposti alcuni esemplari dei citati bollettini e delle foto di Granatieri e della Brigata che sfila davanti ad Emanuele Filiberto, Comandante della 3a Armata.

4 – Fiume ed Innsbruk

Non tutti sanno che i sette giurati di Ronchi erano Ufficiali del 2° Reggimento Granatieri e che la Marcia su Fiume fu iniziata dal II Battaglione del 2° Granatieri e portata a termine dallo stesso a cui si unirono altri reparti ed uomini.

Il legame trai i Granatieri e la città di Fiume ebbe inizio all’indomani della Vittoria ed esattamente  il 17 novembre 1918, allorché alla Brigata Granatieri fu concesso l’onore di entrare per prima nella città. Subito i rapporti fra Granatieri e Fiumani furono intensi, in contrasto di quelli dei cittadini con le altre truppe straniere, in particolare francesi e croati. Questo stato di tensione sfociò in una rissa con morti che comportò l’ordine di allontanamento della Brigata Granatieri che fu costretta a lasciare la città, in una cornice di tristezza nelle giornate tra il 27 ed il 30 agosto 1919.

Nella sede provvisoria di Ronchi, alcuni Ufficiali del 2° Granatieri giurarono che Fiume dovesse essere italiana, e dopo aver offerto al Sommo Vate D’Annunzio il comando dell’impresa ed ottenuta la disponibilità, il 12 settembre 2019, marciarono sulla città.

Per ovvi motivi “punitivi”, velati dalla necessità di non tenere nella capitale una Brigata “particolarmente patriottica” in un momento di fervente tensione per gli scarsi risultati dell’Italia nei trattati di Versailles. la Brigata fu inviata a presidio dei territori occupati. L’Unità fece rientro a Roma nel 1920 a meno di un’aliquota che rimase fino al 1922 a presidio del territorio durante la consultazione elettorale per la nuova Repubblica Austriaca.

Nella vetrina si possono ammirare:

  • le foto di Dannunzio, di cui una con l’uniforme con gli alamari, la foto dei sette Giurati, la partenza della Brigata da Fiume nell’agosto del 1919;
  • il verbale di riunione di una commissione di Ufficiali di Granatieri, tenutasi all’indomani della marcia il 6 ottobre 1919, ed avente lo scopo di valutare se i Granatieri partecipanti alla marcia, ritenuti Disertori, fossero degni di indossare gli alamari. Non venne espresso alcun verdetto. In sintesi anche se molti disapprovarono l’azione, nell’intimo giovano per il gesto;
  • il Diario Storico del Comandante del 2° Reggimento (Col. Giacchi) aperto alla pagina dell’inizio della marcia;
  • alcuni documenti e foto della permanenza ad Innsbruk

Contenuto Vetrine Mostra

Mobile vetrina grande

  1. bomboniera prodotta da Musy di Torino per il matrimonio di Umberto II con Maria Josè (30 gennaio 1930), versione smaltata;
  2. bomboniera prodotta da Musy di Torino per il matrimonio di Umberto II con Maria Josè (30 gennaio 1930);
  3. medaglie e cartoline commemorative del matrimonio di Umberto II con Maria Josè (30 gennaio 1930);
  4. bomboniera del matrimonio di Jolanda di Savoia (primogenita di Vittorio Emanuele III) con il conte Giorgio Calvi di Bergolo, ufficiale di Cavalleria  (9 aprile 1923);
  5. gioielli e oggetti di pregiata oreficeria regalati dalla Regina Elena;
  6. orologi e oggetti di pregiata oreficeria regalati dal Re Vittorio Emanuele III;
  7. servizio di manicure portatile della famiglia Savoia;
  8. oggetti regalati da Emanuele Filiberto di Savoia;
  9. carnet di ballo del Quirinale;
  10. piuma dell’elmo da Generale del Re Umberto I persa nel giorno dell’inaugurazione di un monumento a Carlo Alberto, raccolta e conservata da un partecipante all’evento;
  11. elmo da Corazziere modello 1901;
  12. corazza, elmo e spada da corazziere bambino;
  13. fotografia di Umberto II bambino che indossa una corazza completa da corazziere forgiata dall’armaiolo dei Corazzieri;
  14. berretto da Maggiore dei Corazzieri;
  15. elmo da Corazziere con telino mimetico periodo prima guerra mondiale;
  16. elmetto mod. 1933 del Comandante dei Corazzieri;
  17. elmo da Corazziere con telino mimetico periodo seconda guerra mondiale;
  18. bustina di servizio da Corazziere;
  19. cifre da gualdrappa dei Corazzieri;
  20. stivali e speroni da Corazziere;
  21. elmo da Corazziere modello 1910 con pennacchio da truppa (veniva indossato solo con la corazza);
  22. corazza ed elmo modello 1910 da Ufficiale dei Corazzieri;
  23. spalline da Tenente dei Corazzieri;
  24. spada da Corazziere.

Vetrina bassa

  1. fotografie del Dr. Giovanni Quirico (medico personale di Casa Savoia) in uniforme 1916 e suo biglietto da visita e del Dr. Luigi Quirico (medico della Casa Reale) in uniforme da Palazzo;
  2. lettera del Prefetto di Palazzo per l’invio del diploma onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro al Dr. Giovanni Quirico;
  3. fotografie di Vittorio Emanuele III da bambino;
  4. foto con dedica al Dr. Giovanni Quirico del Principe Umberto nel 1919;
  5. aghi usati per vaccinare Vittorio Emanuele III, la Regina Elena, la Principessa Mafalda e la Principessa Jolanda, conservati e sigillati;
  6. busta spedita dalla Principessa Giovanna al Dr. Giovanni Quirico contenente la foto dei suoi figli, il Principe ereditario di Bulgaria Simeone e Maria Luisa;
  7. busta viaggiata e indirizzata al Dr. Luigi Quirico dalla Principessa Mafalda contenente una cartolina scritta e 3 fotografie personali della stessa;
  8. fotografie personali della Principessa Mafalda al Dr. Luigi Quirico tra le quali una mentre cucina durante una gita;
  9. foto personale delle quattro Principesse Savoia durante una gita a Pompei;
  10. foto personale scattata a Pompei delle Principesse Mafalda e Jolanda.

Regina Elena di Savoia

Elena di Savoia, nata Jelena Petrović-Njegoš, nacque a Cettigne, all’epoca capitale del Principato di Montenegro l’8 gennaio 1873. Figlia del futuro Re del Montenegro Nicola I (Nikola Mirkov Petrović-Njegoš), fu educata ai valori e all’unione della famiglia. Studiò a Pietroburgo, frequentò la casa reale russa e collaborò con una rivista letteraria russa pubblicando poesie. Era una donna molto alta (180 cm). L’incontro con Vittorio Emanuele di Savoia venne combinato dalle rispettive famiglie per dare all’Italia una maggiore apertura verso il mondo slavo e per cercare di arginare gli effetti delle nozze fra consanguinei che affliggevano gran parte della nobiltà europea dell’epoca, favorendo il diffondersi di difetti genetici e di malattie come l’emofilia. Vittorio Emanuele III, figlio di cugini primi, non avrebbe potuto generare un erede sano con una sposa troppo vicina a lui per albero genealogico. Grazie al matrimonio con Elena, invece, ebbe come erede Umberto II, niente affatto simile al padre per quanto riguardava statura e salute.
Dopo il secondo incontro in Russia, Vittorio Emanuele formulò la richiesta ufficiale al padre di Elena, Nicola I. Il matrimonio fu celebrato il 24 ottobre 1986: la cerimonia civile si tenne al Quirinale, quella religiosa nella Basilica romana Santa Maria degli Angeli. A seguito della sconfitta di Adua, non furono nozze sfarzose, non c’erano reali stranieri tra gli invitati. In viaggio di nozze gli sposi si recarono con il panfilo Jela (Elena in lingua montenegrina) sull’isola di Montrcristo dove vissero il loro amore semplicemente, evitando gli appuntamenti mondani. Elena assecondò il marito in tutto. La sua presenza accanto al sovrano si mantenne sempre umile e discreta, non fu mai coinvolta in questioni strettamente politiche, ma dedita e attenta ai bisogni del suo popolo adottivo. Predisposta particolarmente per lo studio delle lingue straniere, fece da traduttrice al marito.
Dal matrimonio con Vittorio Emanuele III ebbe quattro figlie, Iolanda (1901-86), Mafalda (1902-44), Giovanna (1907-2000) e Francesca (1914-2001), e un figlio, Umberto (1904-83), che fu l’ultimo re d’Italia. Al termine della guerra, che per l’Italia venne fissata convenzionalmente il 25 aprile 1945, Elena andò in esilio con il Re il 9 maggio del 1946, subito dopo che Vittorio Emanuele III ebbe abdicato a favore del figlio Umberto assumendo il titolo di Conte di Pollenzo.
La coppia reale si ritirò a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ospite di re Farouk I d’Egitto, che ricambiò così l’ospitalità data a suo tempo dal regno italiano a suo nonno. Durante l’esilio i due coniugi festeggiarono il cinquantesimo anniversario di matrimonio. Elena rimase col marito in Egitto fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta il 28 dicembre 1947.
Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia, a Montpellier e nel novembre 1952 si sottopose a un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Cóm, dove morì il 28 novembre.

Jolanda Margherita di Savoia

Nata a Roma il 1° giugno 1901 fu la primogenita del Re d’Italia Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Montenegro dopo cinque anni di matrimonio. La Principessa sposò, secondo i suoi desideri, il 9 aprile1923, nella Cappella Paolina, il Conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, Ufficiale di Cavalleria.
Dal matrimonio ebbe 4 figli.
Jolanda seguì i genitori con il marito ed i figli nell’esilio del 1946 ad Alessandria d’Egitto e vi rimase fino alla morte del padre Vittorio Emanuele III, poi con la sua famiglia si trasferì nuovamente a Roma in una villa edificata nella tenuta di Capacotta, a quel tempo ancora proprietà degli eredi Savoia e oggi parte della tenuta di Castelporziano. Morì in una clinica a Roma il 16 ottobre 1986 e fu sepolta nel cimitero monumentale di Torino.

Mafalda di Savoia

Nata a Roma il 19 novembre 1902 fu la secondogenita del Re d’Italia Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Montenegro. Soprannominata “Muti” era di indole docile e obbediente. Trascorse la sua infanzia nell’ambiente familiare accanto alla madre e alle sorelle ; le vacanze si svolgevano a Sant’Anna di Valdieri, a Racconigi e a San Rossore con la partecipazione di tutta la famiglia. Durante la prima guerra mondiale, con le sorelle, seguì la madre nelle sue frequenti visite ai soldati e agli ospedali, venendo così coinvolta nelle attività materne di conforto e cura alle truppe.
Si sposò a Racconigi il 23 settembre 1925 con il principe tedesco Filippo Langravio d’Assia-Kassel che nel giugno 1933 su proposta di Hitler assunse l’incarico di governatore della Provincia d’Assia-Nassau, un grado nelle SS e vari incarichi. Nel settembre del 1943 alla firma dell’armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il Re trasferirono la capitale al Sud, ma Mafalda, partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di vita, non fu messa al corrente dei pericoli, forse per paura che informasse il langravio suo marito, che era agli ordini del Führer. Seppe quindi dell’armistizio mentre era in Romania.
Tornata a Roma appena in tempo per rivedere i figli custoditi in Vaticano, con un tranello venne arrestata dai tedeschi e deportata nel Lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca nr. 15 sotto falso nome (Frau von Weber).
Non ebbe alcun trattamento di riguardo e patì le stesse sofferenze degli altri prigionieri, malnutrizione e il freddo. Ferita gravemente per un bombardamento alleato del lager nell’agosto 1944, gli venne amputato un braccio e privata di ulteriori cure e abbandonata a se stessa, venne fatta morire dissanguata. Il suo corpo non venne cremato ma sepolto e venne successivamente identificato.
La Principessa Mafalda riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia, nel castello di Kronberg im Taunus vicino a Francoforte sul Meno.

Umberto di Savoia

Nacque nel castello di Racconigi alle 23.15 del 14 settembre 1904 e alla nascita pesava 4,550 Kg. Per comodità fu dichiarato il giorno 15 settembre come data di nascita ufficiale. Il 29 settembre venne concesso all’erede al trono il titolo nobiliare di Principe di Piemonte e venne battezzato nella cappella Paolina del Quirinale il 4 novembre in presenza di esponenti di tutte le case reali europee.

Giovanna di Savoia

Nata a Roma il 13 novembre 1907 fu la terza femmina e la quartogenita del Re d’Italia Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, figlia del Re Nicola I del Montenegro. La giovane Principessa crebbe con le sorelle Iolanda, Mafalda, Maria Francesca ed il fratello Umberto, trascorrendo molto tempo a Villa Savoia insieme alla madre, dalla quale ricevette una educazione classica.
Nel settembre 1923, a 16 anni, si ammalò di tifo contemporaneamente alla sorella Mafalda, sicchè i familiari temettero per la loro vita.
Nel 1927 incontrò per la prima volta lo Zar Boris III di Bulgaria che era asceso al trono bulgaro dopo l’abdicazione del padre nel 1918. I due giovani si innamorarono e si fidanzarono ufficialmente programmando le nozze che vennero celebrate con rito cattolico il 25 ottobre 1930 nella basilica francescana di Assisi. Essendo lo Zar di religione ortodossa, venne celebrata una seconda cerimonia a Sofia ove poi si tenne l’incoronazione ufficiale della nuova Zarina. Oltre che per il carattere aperto e socievole, Giovanna venne subito apprezzata in Bulgaria anche per le sue origine slave ed ebbe due figli.
Nel 1940 il Re Boris III riuscì a strappare alla Romania la regione della Dobrugia e nel 1941, durante un viaggio in Germania, accettò di allearsi a Hitler nel secondo conflitto mondiale con l’Italia ed il Giappone, ma temendo una sollevazione popolare, rifiutò di dichiarare guerra alla Russia, inimicandosi lo stesso Hitler. La crescente repressione attuata dai tedeschi contro gli ebrei della Bulgaria, spinse lo Zar e la Zarina ad aiutare molti di costoro al fine di salvarli dalla persecuzione nazista facendoli fuggire in luoghi sicuri. Questo atto sfrontato fece sì che Hitler richiedesse urgentemente un incontro con Boris III nel 1943, al termine del quale lo Zar fece ritorno in Patria per poi morire dopo appena tre giorni, probabilmente a causa di un avvelenamento.
Dopo la morte dello Zar Boris III venne proclamato Re il piccolo Simeone II (nato a Sofia il 16 giugno 1937) ma venne subito dopo deposto dall’avanzata dell’Armata rossa e dai comunisti. Nel 1946 venne abolita in Bulgaria, con un referendum pilotato dai sovietici, la monarchia pertanto Giovanna con i suoi due figli fu costretta all’esilio. Raggiunse dapprima l’Egitto presso i genitori, poi, dopo un netto rifiuto da parte dell’Italia che non trovava opportuno ospitare la famiglia reale bulgara, essendo la Regina una Savoia, nel 1950 il dittatore Francisco Franco offrì loro asilo politico in Spagna; infine, sposatisi i figli, Giovanna raggiunse il Portogallo presso il fratello Umberto a Cascais.
Ritornò per la prima volta in Bulgaria nel 1993, caduto il comunismo, venendo accolta con grande entusiasmo, per il cinquantenario della morte di suo marito Boris. Morì a Estoril il 26 febbraio 2000 ma venne sepolta in Italia.

Margherita Francesca di Savoia

Nata a Roma il 26 dicembre 1914 fu l’ultimogenita del Re d’Italia Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Montenegro. Nacque al Quirinale pochi mesi prima dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale.
Sposò il 23 gennaio 1939, nella Cappella Paolina del Quirinale in Roma, Luigi Carlo di Borbone (Schwarzau am Steinfelde, Austria, 5 dicembre 1899 – Mandelieu, Francia, 4 dicembre 1967), figlio di Roberto I di Borbone, duca di Parma e di Maria Antonia di Braganza, infanta del Portogallo. Luigi era il fratello minore di Zita d’Asburgo, ultima imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria.
Molto spesso Maria accompagnava i reali nelle cerimonie e nelle manifestazioni; la propaganda dell’epoca la ritraeva dedita alla carità e all’amor patrio e vari disegni la raffigurano al seguito del padre sui campi di battaglia, intenta a dare conforto alle giovani leve.
Fu sempre molto amata, tanto che a Roma esiste ancor oggi una scuola a lei intitolata.
Nel 1943 fu internata in un campo di concentramento in Germania, con due dei suoi quattro figli e il marito. Nel 1945 gli anglo-americani li liberarono ed essi fecero ritorno in Italia. Dopo il referendum che portò alla fine della monarchia si trasferirono a Mandelieu. Nel 1967 rimase vedova e da allora scomparve quasi completamente dalla vita pubblica, fatta eccezione per il funerale del fratello Umberto, nel 1983. Nel 1991 fu colpita da un’altra terribile perdita, quella del primogenito Guy.
Più volte i nipoti cercarono di convincerla a scrivere la sua biografia, ma ella respinse sempre la proposta: non volle mai parlare della terribile sofferenza vissuta durante gli anni trascorsi nel campo di concentramento nazista.
Morì a Mandelieu il 26 dicembre 2001.

Umberto II di Savoia

Nacque nel castello di Racconigi alle 23.15 del 14 settembre 1904 e alla nascita pesava 4,550 Kg. Per comodità fu dichiarato il giorno 15 settembre come data di nascita ufficiale. Il 29 settembre venne concesso all’erede al trono il titolo nobiliare di Principe di Piemonte e venne battezzato nella cappella Paolina del Quirinale il 4 novembre in presenza di esponenti di tutte le case reali europee. La nascita di Umberto sollevò i genitori dal timore che la dinastia si estinguesse, lasciando il trono al ramo collaterale dei Savoia –Aosta: se Umberto I aveva avuto un unico figlio maschio (Vittorio Emanuele III), suo fratello Amedeo ne aveva avuti quattro, il primogenito dei quali, fino ad allora l’erede presuntivo al trono, Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, era già padre di due figli ed era diviso dal cugino sovrano da una non velata rivalità.

Il Quirinale impiegò l’immagine del piccolo erede al trono, e le sue foto a tre anni vestito alla marinara, da piccolo corazziere, con l’uniforme storica della scuola militare Nunziatella e con l’uniforme da boy scout del Corpo nazionale dei giovani esploratori italiani, assieme alle sorelle nel parco della villa di san Rossore vennero fatte pubblicare sulla rivista L’Illustrazione Italiana o come cartoline. Secondo la prassi per ogni principe ereditario, Umberto compie una rapida carriera militare, frequentando la Scuola militare di Roma dal 1918 al 1921 e divenendo Generale dell’esercito. Dopo il 1925 si stabilisce nel Palazzo Reale a Torino dove fino al matrimonio conduce una vita spensierata.

L’8 gennaio 1930, nella Cappella Paolina del Quirinale, si sposa con Maria José, Principessa del Belgio. Umberto veste l’uniforme di Colonnello di Fanteria.

La coppia ebbe quattro figli: Maria Pia (nata il 24 settembre 1934); il Principe ereditario Vittorio Emanuele (nato il 12 febbraio 1937); Maria Gabriella (nata il 24 febbraio 1940) e Maria Beatrice (nata il 2 febbraio 1943).

Con l’entrata in guerra nel 1940 contro la Francia, al Principe venne dato il comando delle armate operanti al confine francese e a Mentone incontrò la moglie, divenuta Ispettrice nazionale del Corpo infermiere Volontarie della Croce Rossa italiana. Il 5 giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III nominò il figlio luogotenente generale del Regno, in base agli accordi tra le varie forze politiche che formavano il Comitato di Liberazione Nazionale, e che prevedevano di «congelare» la questione istituzionale fino al termine del conflitto. Il luogotenente si guadagnò ben presto la fiducia degli Alleati grazie alla scelta di mantenere la monarchia italiana su posizioni filoccidentali.

l 9 maggio 1946, ad appena un mese dallo svolgimento del referendum istituzionale che dovrà decidere tra monarchia e repubblica, Vittorio Emanuele III abdicò e si trasferì in Egitto con la regina Elena, assumendo il titolo di conte di Pollenzo.

Il 16 marzo 1946 il principe Umberto aveva decretato che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum, contemporaneo alle elezioni per l’Assemblea costituente.

Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946 ebbe dunque luogo il referendum per scegliere fra monarchia o repubblica. La maggioranza in favore della soluzione repubblicana fu di circa due milioni dei voti validi, anche se i monarchici non mancheranno di presentare ricorsi e di diffondere voci di presunti brogli. Umberto preferì prendere atto del fatto compiuto e decidere l’esilio, il 13 giugno, in Portogallo a Cascais.

In Portogallo era stato in esilio anche il suo trisavolo, il re Carlo Alberto, morto a Oporto nel 1849.

A partire dal 1964 Umberto II subì una serie interventi chirurgici piuttosto invasivi, probabilmente a causa del tumore che dopo lunghe sofferenze sarà la causa della sua morte, avvenuta a Ginevra alle 15:45 del 18 marzo 1983, in una clinica dove era stato trasferito pochi giorni prima da Londra, in un estremo quanto inutile tentativo di allungargli la vita.